L'economia circolare

a cura di Stefano Leoni, Coordinatore dell’area economia circolare e rifiuti – Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile

 

Lo scorso anno l’International Resource Panel dell’Unep – il Programma ambientale delle Nazioni Unite – aveva pubblicato un rapporto, nel quale si lanciava un preoccupante allarme sul vigoroso incremento dell’estrazione su scala planetaria delle materie prime.

Secondo il panel se dovesse proseguire il trend finora riscontrato passeremo dai quasi 90 di miliardi di tonnellate di risorse, estratte oggi, agli oltre 180 miliardi di tonnellate. Un raddoppio nel giro di poco più di 30 anni!

Estrazione globale di risorse – trend al 2050

Tale andamento è ancora più rilevante, se si tiene conto dell’accresciuta efficienza – sempre a livello mondiale - nell’uso delle risorse, che tra le diverse variabili economiche è quella che dal 1970 ad oggi è maggiormente aumentata. Ciò significa che l’avanzamento logistico e tecnologico non è stato capace di arrestare l’incremento dell’estrazione e della domanda di materie prime.

A completare questo quadro inquietante si aggiunge un altro aspetto presente nel lo stesso rapporto. In questo, infatti, vengono presentati degli scenari futuri che variano a seconda delle azioni di contrasto che possono essere assunte. La figura che segue fa rilevare come anche l’adozione delle politiche più incisive – definito climate plus, che sposa misure per ridurre le emissioni al fine di contenere al 2050 l’aumento della temperatura entro i 2° con altre misure per l’incremento dell’uso efficiente delle risorse – non arresterebbe la crescita della domanda estrattiva, potendo solo frenare l’incremento al 2050 a circa il 52%.

In termini economici, questo significa tensione sui mercati per l’accesso alle risorse, incremento dei prezzi delle materie prime e notevoli impatti sugli ecosistemi.

Questo scenario è stato confermato recentemente durante il World Economic Forum 2018 di Davos, dove è stato presentato un nuovo studio di Circular Economy, che ha riportato come l’incremento dell’estrazione delle risorse sia cresciuto di 12 volte dal 1990 al 2015. Un incremento mai registrato prima, ma che dovessimo assumere costante il prelievo di risorse prima del 1900, significherebbe che in un solo anno - il 2015 - abbiamo estratto risorse pari alla quantità prelevata dall’umanità tra il 700 e il 1900 d.c.

Questi scenari pongono molte preoccupazioni e impongono risposte.

 

L’economia circolare.

Una risposta a questi scenari - seppur parziale - è quella offerta dalla conversione del nostro modello produttivo e di consumo verso la circolarità. Di economia circolare se ne parla da molti anni, anche se non è mai stato codificato il concetto. Infatti, la sua essenza viene ordinariamente espressa mediante contrapposizione all’economia lineare, ossia quel modello di produzione e consumo che sostanzialmente non riconosce un valore negativo allo uno spreco delle risorse.

L’Unione europea nel piano d’azione L’anello mancante – Piano d’azione dell’Unione europea per l’economia circolare considera circolare quell’economia in cui il valore dei prodotti, dei materiali e delle risorse è mantenuto quanto più a lungo possibile e la produzione di rifiuti è ridotta al minimo.

A questa definizione si aggiungono, poi, delle finalità a cui deve tendere l’economia circolare, ossia di dare impulso alla competitività dell’Unione mettendo al riparo le imprese dalla scarsità delle risorse e dalla volatilità dei prezzi e contribuendo a creare sia nuove opportunità commerciali sia modi di produzione e consumo innovativi e più efficienti.  Oltre a generare posti di lavoro a livello locale e per tutte le qualifiche, offrendo opportunità di integrazione e coesione sociale, farà risparmiare energia e contribuirà a evitare danni irreversibili in termini di clima, biodiversità e inquinamento di aria, suolo e acqua, causati dal consumo delle risorse a un ritmo che supera la capacità della Terra di rinnovarle.

Un’attenta lettura di questi passaggi rileva come l’inquadramento in cui l’Unione europea colloca l’economia circolare non è strettamente scientifico (economia circolare=spreco zero), ma deve abbracciare anche un processo di condivisione che tenga conto della sostenibilità sociale ed economica. Non possono altrimenti essere compresi i richiami al valore dei prodotti (sostenibilità economica) e all’occupazione, integrazione e coesione sociale. Il concetto di economia circolare assunto dalla UE è, pertanto, strettamente vincolato ai principi dello sviluppo sostenibile, che si basa sui ormai noti tre pilastri ambientale, sociale ed economico.

 

In questa collocazione, l’economia circolare diventa uno dei pilastri della cosiddetta Green economy. L’Agenzia ambientale europea ha ben spiegato il rapporto tra l’economia verde e quella circolare, dove la prima di più ampia portata include la seconda. In questo rapporto gerarchico, dunque, non si può immaginare lo sviluppo di economia circolare che, pur perseguendo i traguardi di efficienza, contrasti con il benessere sociale e la salvaguardia degli ecosistemi.

 

 

 

Il pacchetto sull’economia circolare.

A dicembre del 2015 la Commissione europea ha presentato una serie di comunicazioni, con le quali sono stati proposti un piano di azione dell’UE per l’economia circolare e la riforma di diverse direttive sui rifiuti, tra cui quella quadro, quella sugli imballaggi e quella sulle discariche.

Con il piano di azione la Commissione ha assunto l’impegno di avviare una serie di ulteriori iniziative per promuovere l’economia circolare, come ad esempio la presentazione di un regolamento sui fertilizzanti – che definirà anche l’End of Waste per il rifiuto compostato o digestato -, un aggiornamento della direttiva sull’ecodesign, la previsione dell’obbligo di attrezzare i porti per favorire la lotta al marine litter, azioni specifiche per sostenere il mercato delle materie prime secondarie, approfondimenti specifici su le plastiche, sui rifiuti da costruzione e demolizione, sulle materie prime essenziali, sugli scarti alimentari, sulle biomasse e sui biomateriali, nonché iniziative per il sostegno di progetti e iniziative sull’economia circolare.

Complessivamente si presenta come un intervento di ampio respiro, che se adeguatamente attuato porterà radicali cambiamenti del nostro modello di produzione e consumo. Infatti, nonostante si sia prevalentemente posto l’accento sui nuovi obiettivi per il riciclo dei rifiuti, la manovra messa in atto dalla Commissione è rivolta maggiormente verso il settore produttivo, spingendo verso la riprogettazione dell’offerta al consumatore sia attraverso prodotti di maggiore durata, riparabili e riciclabili, sia attraverso la conversione – laddove possibile - alla fornitura di un servizio piuttosto che alla vendita di beni.

Peraltro, questo è uno dei punti più interessanti e rispetto ai quali si osserva il maggior sviluppo. Da un lato, si osserva una fioritura di iniziative economiche da parte di aziende produttrici di beni che stanno abbandonando l’originaria impostazione della cessione del prodotto per convertirsi o sperimentare formule di consumo mirate alla fruizione del prodotto. Come ad esempio il car sharing, che ora viene organizzato direttamente anche da aziende automobilistiche e che permette al consumatore di accedere all’utilizzo della vettura evitando di diventarne proprietario.

Dall’altra, viene promossa la diffusione della cosiddetta responsabilità estesa del produttore (EPR), che impone a chi immette un prodotto sul mercato specifici compiti di curarne la fase post-consumo, anche se il consumo è stato effettuato da un altro soggetto. Questo onere altro non è che una previsione di un’implicita permanenza di una qualche titolarità reale sul bene/prodotto ceduto al consumatore.

L’enorme raggio di azione del pacchetto sull’economia circolare non permette di trattarne tutti gli argomenti toccati. Pertanto, ci si soffermerà solo su due tematiche: la strategia europea sulle plastiche nell’economia circolare e la riforma delle direttive sui rifiuti.

 

La strategia europea sulle plastiche nell’economia circolare.

Il 16 di gennaio di quest’anno la Commissione ha presentato una comunicazione che ha ad oggetto una strategia riguardante i prodotti in plastica. Riassumendo i dati riportati da diverse fonti la Commissione riflette sul fatto che, benché la produzione delle plastiche sia cresciuta in 50 anni di 20 volte - arrivando a 322 Mt nel 2015 -, rimangono basse le perfomance sul loro riciclo e si osserva una preoccupante dispersione dei loro rifiuti negli ecosistemi, in particolare marini.

Questa tendenza si stima che possa solo peggiorare, dal momento che nei prossimi 20 anni è atteso un raddoppio della produzione di plastiche.

L’Europa, rispetto al resto del mondo, offre numeri meno allarmanti, ma non per questo non preoccupanti. La maggior parte dei rifiuti in plastica prodotti nel nostro continente viene smaltita o incenerita, una quantità tra le 150 kt e le 500 kt finisce ogni anno nel mare e la plastica riciclata riesce a sostituire solo il 6% della domanda di materia prima. In altri termini, il settore denuncia un alto livello di linearità.

La strategia si propone di invertire questa tendenza ottenendo che:

  • al 2025 perlomeno 10 Mt di plastica riciclata sia utilizzata al posto della materia prima;
  • al 2030 vengano immessi nel mercato solo imballaggi di plastica riutilizzabili o riciclabili;
  • al 2030 più della metà dei rifiuti di plastica siano riciclati;
  • al 2030 il livello riciclaggio degli imballaggi di plastica sia allineato con quello degli altri tipi di imballaggio;
  • al 2030 la capacità di e di riciclaggio della plastica cresca di 4 volte rispetto al 2015;
  • sia incrementata la collaborazione tra le industrie chimiche e i riciclatori della plastica per la reimmisione delle plastiche riciclate nei processi produttivi;
  • siano eliminate dalle plastiche le sostanze che impediscono il loro riciclo;
  • si costituisca un mercato stabile della plastica riciclata, aumentando la domanda europea di 4 volte e consentendo una buona remunerabilità e la crescita di occupazione nel settore;
  • venga disaccoppiata dalla crescita economica la produzione di rifiuti di plastica.

Una particolare attenzione è rivolta al settore degli imballaggi, rispetto al quale la Commissione intende definire nuove regole per la responsabilità estesa del produttore, promuovere incentivi economici a favore dell’ecodesign e valutare l’innalzamento degli obiettivi di riciclaggio per allinearli a quelli definiti per gli altri tipi di imballaggi.

Anche le plastiche utilizzate nei settori delle costruzioni, dell’auto e delle apparecchiature elettriche vengono presi in considerazione, poiché si ritiene insufficiente la conoscenza di sostanze che generano specifici rischi nella loro gestione. A tal fine, si intende promuovere la loro tracciabilità per consentirne così la loro rimozione e facilitare il riciclaggio. Un altro percorso su cui si intende procedere è quello dell’aggiornamento della direttiva sull’ecodesign per armonizzarla con le politiche di promozione dell’economia circolare.

Per quanto riguarda la progettazione, la Commissione europea vuole promuovere lo sviluppo delle bioplastiche, ossia quelle che hanno la caratteristica della biodegradabilità e quindi della compostabilità. Poiché oggi vengono commerciati come tali anche prodotti che non vantano tali caratteristiche, si ritiene necessario introdurre un’etichettatura dedicata per permettere al consumatore di poter effettuare scelte consapevoli.

Un ulteriore focus è rivolto alle microplastiche, perlomeno quelle che vengono intenzionalmente aggiunte a determinati prodotti. Diversi Stati membri hanno adottato politiche restrittive di tali materiali, così come settori produttivi. Rispetto a queste sostanze la Commissione intende procedere ricorrendo ai procedimenti definiti dal regolamento Reach al fine di vietare quelle che comportino rischi per la salute e per l’ambiente.

La strategia, infine, è accompagnata da un allegato che calendarizza l’esecuzione dei compiti che si è prefissa la Commissione. Tra cui spicca quello della presentazione di una modifica alla direttiva sui rifiuti di imballaggio.

 

La riforma della direttiva quadro sui rifiuti e di altre direttive sui rifiuti.

Questo sicuramente è il tema di maggiore attualità. Dopo aver presentato nel dicembre del 2015 un pacchetto di proposte di modifica della direttiva 98/2008/UE, di quella sulle discariche e di quelle sui rifiuti di imballaggio, raee, veicoli fuori uso e batterie si è avviato il procedimento per giungere alla loro approvazione.

Nel dicembre 2017 la Commissione, il Parlamento e il Consiglio europei hanno condiviso un testo che si spera venga approvato definitamente entro la primavera di quest’anno.

Al momento, semplificando l’elencazione, i punti più importanti della riforma dovrebbero riguardare i seguenti aspetti:

  • introduzione delle definizioni di rifiuto urbano, di recupero di materiale, di colmatazione e di rifiuto alimentare;
  • esplicito richiamo agli Stati membri di adottare misure economiche per sostenere la gerarchia sui rifiuti;
  • obbligo di includere misure inerenti specifici flussi di prodotti o materiali nei programmi di prevenzione degli Stati membri;
  • maggiori ruolo degli Stati membri riguardo l’aggiornamento normativo sui sottoprodotti e sulla cessazione della qualifica di rifiuto (EoW);
  • introduzione di criteri generali sulla responsabilità estesa del produttore;
  • introduzione di target di riduzione dello spreco alimentare del 30% entro il 2025 e del 50% entro il 2030;
  • obbligo della raccolta differenziata anche per l’organico (a partire dal 2023), per i rifiuti tessili e i rifiuti domestici pericolosi (a partire dal 2025), nonché per i rifiuti da costruzione e demolizione;
  • obbligo di rendicontare sulla quantità di rifiuti riutilizzati;
  • portare il riciclaggio dei rifiuti urbani almeno al 55% nel 2025, al 60% nel 2030 e al 65% nel 2035;
  • fermo restando che rientrano nel conteggio tutti i materiali che hanno ottenuto il riconoscimento EoW, introduzione di un nuovo metodo di calcolo del riciclo basato sulla quantità di rifiuti urbani che entrano nell’impianto finale di riciclaggio e, qualora questo non fosse possibile, il calcolo si dovrà basare sull’output dell’impianto di selezione, sottratti i rifiuti prodotti fino al processo finale di riciclaggio;
  • nuovi obiettivi minimi di riciclo dei rifiuti di imballaggio, cancellazione dell’attuale obiettive massimo, nonché di quello di recupero con modalità diverse dal riciclaggio;
  • obiettivo massimo del 10% entro il 2030 di conferimento di rifiuti in discarica.

Un riordino ampio ed incisivo, la cui analisi richiede un lungo e articolato lavoro. Pertanto, in questa sede verranno affrontati solo i nodi principali. In particolare: il ricorso a strumenti economici per sostenere la gerarchia sui rifiuti, la prevenzione, l’EPR, i nuovi obiettivi di riciclaggio.

Riguardo il primo aspetto, in Italia il quadro relativo all’attribuzione di sostegni economici in linea con le priorità delle politiche sui rifiuti ha sicuramente ampi margini di miglioramento. In alcuni settori, addirittura questo allineamento è capovolto.

Prendiamo ad esempio i rifiuti urbani, rispetto ai quali in base al principio di autosufficienza deve essere garantita una rete impiantistica destinata al loro smaltimento o al recupero diverso da quello di materia. Non esiste alcuna necessità di assicurare, invece, impianti di riciclaggio. Ciò comporta che le spese di investimento per la costruzione di un impianto di recupero energetico o di smaltimento di rifiuti urbani sia coperto dalla tassa/tariffa, così come attraverso gli affidamenti dei servizi venga assicurato un flusso minimo per diversi anni di conferimento dei rifiuti. Questa situazione fornisce molte più garanzie al ritorno dell’investimento, rispetto alla scelta di realizzare un impianto di recupero di materia dai rifiuti urbani.

Sull’incenerimento con recupero energetico, inoltre, viene riconosciuto un sostegno economico per kWh immesso in rete. Anche se occorre riconoscere che nel corso degli anni è in progressiva riduzione.

Solo per alcuni flussi di rifiuti esiste una forma di contribuzione per il riciclaggio dei rifiuti. Questo è il caso degli imballaggi. Il sistema italiano consente di creare un plafond minimo per assicurare una raccolta differenziata e un riciclaggio minimi di rifiuti derivanti da imballaggi. Non si può dire, invece, lo stesso per altri settori sottoposti al regime EPR come i veicoli fuori uso o le apparecchiature elettriche ed elettroniche, rispetto ai quali il legislatore italiano non ha neanche previsto sanzioni in capo ai produttori in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi.

Ulteriori aiuti sono poi offerti dai criteri dei cosiddetti appalti pubblici verdi (GPP), che in sede di acquisto dovrebbero tener conto della quantità di materiale riciclato presente nei beni da utilizzare. Tuttavia questa disposizione – comunque meritoria – non genera necessariamente un sostegno al mercato del riciclo in Italia, infatti il materiale riciclato potrebbe essere originato anche in altri paesi.

La situazione è ancora più deprimente riguardo alla prevenzione. In questo caso addirittura si deve registrare che il regime IVA da applicare sulla riparazione dei prodotti è addirittura più del doppio rispetto a quella della gestione dei rifiuti.

Per quanto riguarda i disincentivi economici si deve citare l’ecotassa, che viene applicata ai rifiuti conferiti in impianti di smaltimento. Questo aggravio, incrementando il costo della discarica, dovrebbe rendere conveniente modalità alternative di trattamento dei rifiuti. Tale vantaggio, tuttavia, si verifica solo se l’ecotassa è sufficientemente alta da rendere conveniente riciclare, anche nei periodi di basso costo della materia prima.

Nel complesso, si può dire che oggi non esiste un quadro organico di sostegno economico ad un mercato circolare, né per quanto riguarda la prevenzione né per quanto riguarda il riciclaggio.

Passando alla prevenzione, le novità attese dalla riforma impongono agli Stati membri di assumere specifiche misure per diminuire la produzione di rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, di tessili e di mobili; per incoraggiare l’uso di prodotti efficienti sotto il profilo delle risorse, durevoli, riparabili e riciclabili; per evitare che divengano rifiuti i prodotti che contengono i cosiddetti materiali critici; per ridurre la produzione di rifiuti nei processi inerenti alla produzione industriale, all'estrazione di minerali, alla costruzione e alla demolizione; nonché per ridurre la generazione di rifiuti alimentari nella produzione primaria, nella trasformazione e nella fabbricazione, nella vendita e in altre forme di distribuzione degli alimenti, nei ristoranti, nei servizi di ristorazione e nei nuclei domestici.

Ciò comporterà la necessità di aggiornare l’attuale programma nazionale di prevenzione, che tranne gli scarti alimentari non interviene sulle tematiche elencate. Inoltre, il tenore che traspare dalla riforma sembrerebbe richiedere uno strumento più efficacie del programma nazionale di prevenzione adottato nel nostro Paese, che di fatto è un documento meramente orientativo, non fornisce sufficienti indicazioni circa la misurabilità degli obiettivi e non dispone di specifiche risorse.

L’EPR è uno dei temi più controversi durante la trattativa. Tanto che la sua effettiva riforma – rispetto ai settori degli imballaggi, dei veicoli fuori uso, del raee e delle batterie - è stata rinviata al momento dell’aggiornamento delle rispettive direttive. Ciò non toglie, tuttavia, che dei punti fermi siano stati fissati. In particolare, sul fatto che i produttori sottoposti ad EPR debbano sostenere almeno una quota minima dei costi relativi alla raccolta dei rifiuti, rispondano per il mancato raggiungimento degli obiettivi e che debba essere costituito un ente di controllo autonomo nel caso in cui operino più sistemi collettivi.

Infine, i target di riciclaggio. Come si è detto sono stati introdotti nuovi obiettivi di riciclaggio sui rifiuti urbani e di imballaggio. Rispetto a questi ultimi i nuovi target devono essere ottenuti entro il 2025 e il 2030.

 

I nuovi obiettivi di riciclaggio per i rifiuti di imballaggio

 

2025

2030

GENERALE

65

70

Plastica

50

55

Legno

25

30

Materiali ferrosi

70

80

Alluminio

50

60

Vetro

70

75

Carta e cartone

75

85

 

Cosa comporteranno questi obiettivi per l’Italia? Al momento si può affermare che le criticità riguardano due settori: i rifiuti urbani e quelli di imballaggi di plastica.

Per i primi è da osservare che ci sarà un cambio della modalità di calcolo, in quanto dovrà essere utilizzata quella metodologia che raffronta la quantità totale riciclata rispetto a quella di rifiuti urbani prodotti. Questo significa che tenendo conto dell’ultimo rilevamento risalente al 2016 – come si osserva dalla tabella ripresa dal Rapporto ISPRA – dovremo colmare almeno 13 punti percentuali per il 2025, 18 per il 2030 e 23 per il 2035.

E per ottenere ciò non basterà solo incrementare la raccolta differenziata, ma soprattutto migliorare la sua qualità.

Per quanto riguarda i rifiuti di imballaggio, il maggior gap da colmare si registra per quelli in plastica. Tuttavia, si deve tener conto che il calcolo di riciclaggio non verrà più operato sull’immesso al consumo, bensì sui rifiuti di imballaggio prodotti. Ciò potrà alleviare il compito. Anche se tutto dipenderà dal metodo di stima dei rifiuti di imballaggio prodotti, che verrà adottato.

 

BIBLIOGRAFIA

UNEP/International Resource Panel - ASSESSING GLOBAL RESOURCE USE – 2017

Circular Economy – The Circularity gap report – Gennaio 2018

Commissione europea - L'anello mancante - Piano d'azione dell'Unione europea per l'economia circolare - Bruxelles, 2.12.2015 COM(2015) 614 final

EEA Report No 2/2016 - Circular economy in Europe Developing the knowledge base

Commissione europea - A European Strategy for Plastics in a Circular Economy - Brussels, 16.1.2018 SWD(2018) 16 final

ISPRA – Rapporto di gestione dei rifiuti urbani - 2017

 

 

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